«Oggi non si fa credito, domani sì», traduzione (forse inconsapevole) del latino Cras credo, hodie nihil, era uno spiritoso cartello che una volta si vedeva esposto in molti negozietti di quartiere. Il tanto sbandierato disegno di legge delega per la Riforma fiscale lo ricorda sotto molti aspetti: si promette una significativa diminuzione della pressione fiscale mediante successivi interventi, che dovrebbero però iniziare ad attivarsi solo tra due anni con la riduzione del numero di aliquote IRPEF, per concludersi entro un quinquennio con la flat tax per tutti i contribuenti. È evidente che la promessa di generalizzata riduzione del carico fiscale, di per sé, sarebbe un’ottima notizia per tutti i contribuenti. Questo però «oggi» non è evidentemente possibile, e deve quindi essere rinviato a «domani». È lecito pertanto chiedersi come si pensa di coprire il minor gettito, realizzando «domani» il miracolo «oggi» impossibile.

Una prima (assolutamente impropria) modalità preannunciata consisterebbe nella riduzione/cancellazione della pletora di deduzioni e detrazioni previste dall’attuale normativa fiscale; è questa un’iniziativa assolutamente opportuna, ma – di per sé – comporta un aumento (!), e non una diminuzione del carico fiscale, che potrebbe – nella migliore delle ipotesi – correggere solo parzialmente la sciagurata riduzione di progressività impositiva.

Una seconda via passerebbe attraverso l’efficace, severo contrasto all’evasione ed all’elusione fiscale, che oggi vale quasi 100 miliardi di euro l’anno. Anche questa sarebbe un’iniziativa assolutamente opportuna, non solo per i positivi effetti di bilancio, ma anche – forse soprattutto – per motivi di giustizia sociale: siamo stanchi di vedere imprenditori e professionisti (non tutti certo, ma troppi!) che ostentano tenori di vita da milionari e dichiarano redditi da manovali.

Purtroppo però le azioni del governo, al di là delle dichiarazioni di principio, sembrano andare in direzione totalmente opposta: il cosiddetto preannunciato «concordato preventivo biennale» segue la stessa logica perversa dell’innalzamento del limite all’uso del contante e del tentato (ed abortito solo grazie all’Unione Europea) limite all’utilizzo dei pagamenti digitali: l’evidente strategia è quella di «non disturbare il manovratore» (cioè ogni contribuente che non sia lavoratore dipendente o pensionato) infastidendolo con la puntuale verifica dei suoi redditi effettivi.

Certo, paradossalmente già ora la flat tax fino ad 85.000 euro porterà ad una riduzione dell’evasione stimata, ma non per effetto di maggiori versamenti, bensì per il ridimensionamento delle imposte evase! Una terza modalità di copertura della riduzione del prelievo fiscale sarebbe l’aumento del deficit di bilancio: strada questa però assolutamente impercorribile per i vincoli comunitari che – con la fine dell’emergenza pandemica e, ci auguriamo, del conflitto ucraino – sono piuttosto indirizzati verso ulteriori riduzioni dei disavanzi consentiti.

Si arriva così alla quarta, ed ultima, modalità di bilanciamento dei minori introiti fiscali: i tagli alla spesa pubblica. È una via percorribile? Un capitolo di spesa importante, ed incomprimibile, nel bilancio pubblico è il pagamento degli interessi sull’enorme debito, la cui entità è destinata, purtroppo, ad accrescersi, a seguito del generalizzato aumento dei tassi di interesse. Anche gli investimenti infrastrutturali del PNRR, per quanto più che opportuni, comporteranno necessariamente aumenti di spesa per la loro gestione e manutenzione; solo per fare un esempio: se molti comuni del Mezzogiorno sono tuttora sprovvisti di asili pubblici non è tanto per la mancanza di immobili quanto per l’impossibilità di finanziarne la gestione. L’unica possibilità resterebbe quindi quella di tagliare il welfare (come avviene in tutti i, pochi, Paesi che hanno adottato la flat tax): meno sanità pubblica (a favore di quella privata, processo già pesantemente avviato), meno aiuti alle famiglie povere, ai disoccupati, ai territori svantaggiati (l’autonomia differenziata rientra ovviamente in questa strategia).

Tutto ciò in un Paese che è già ai primi posti nella vergognosa classifica delle diseguaglianze di reddito e di patrimonio e dove oltre il 25% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale. Siamo sicuri che è questo ciò che vogliamo? Se la diminuzione della pressione fiscale deve avvenire a questo prezzo dobbiamo piuttosto augurarci che l’attuazione della riforma continui ad essere promessa, come il credito del negozietto, per un «domani» irraggiungibile!

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